1.31.2010

 

S.M. s'è incendiato

Non hanno urlato a voce molto alta ieri, che un operaio bergamasco si è dato fuoco perché rimasto senza lavoro. Oggi invece ho trovato un trafiletto su Repubblica, sul quale vi era scritto che l’operaio era morto. Ora S. M. (36 anni) ha meritato persino un articoletto, nel quale si spiega che non ha retto alla disperazione. S. M. l’alibi delle iniziali a tutela della privacy, una pratica che mi fa imbufalire. L’importante è spersonalizzare, rendere meno umana la vicenda di modo che ci si possa limitare a dire “poveretto” o anche solo a pensarlo, scuotendo un poco il capo.

Forse si è dovuto parlare per forza di S.M. perché si è dato fuoco sulla pubblica via; troppo evidente per essere ignorato, come tutti gli altri che quotidianamente trovano rifugio impiccandosi a un albero o sparandosi in bocca. O sempre più donne che si avvelenano. No la disperazione è una mela avvelenata che non si deve dare in pasto a un popolo che si stufa presto delle cattive notizie. Un popolo che nonostante tutto ha fortemente voluto credere al sogno che gli ha regalato un piazzista imbroglione.

Tutti almeno una volta nella vita abbiamo “desiderato” un giornale che portasse solo buone notizie, invece credo che sarebbe opportuno il contrario, visto che invece quel che raggiunge le vergini orecchie del popolo italiota non è altro che la summa di una banale propaganda.

Dovrebbero rifiutarsi, i giornalisti, di continuare a far da megafono al maniaco del consiglio e ai suoi burattini rilanciando le sue idiozie, e chissà magari non dirci nemmeno se in Israele racconterà la barzelletta dell’ebreo che diventa sapone. Raccontare la vita reale, quella che forse molti di noi non vogliono sapere, sperando così di non restare contagiati dalla disperazione.

Dovrebbe esserci un quotidiano stillicidio di piccoli fatti destinati all’oblio, fatto dei visi che conosciamo e che qualche volta d’improvviso guardandosi allo specchio, si trovano invecchiati e stanchi. Con gli occhi spenti proprio da quella vita che diventa troppo in salita, anche quando ancora certi della nostra buona volontà.

S. M. avrebbe meritato almeno il suo nome in neretto, per restare impresso nella memoria di chi con la sua indifferenza se non colpevole, almeno si rende complice della sua morte. Dovrebbero raccontare che volte la disperazione da sola non basta per far decidere a qualcuno di morire; dovrebbero dirci che la disperazione si aggiunge alla quasi assoluta certezza che questo nostro piccolo mondo non è più in grado di offrirci nulla, e che siamo stati traditi quando abbiamo lasciato che qualcuno ci rubasse il sogno e la speranza, per ridarcene indietro uno fatto di belle ragazze con i tacchi alti, uomini senza le orecchie a sventola, chirurghi plastici, ladri, figli di puttana, mafiosi e piduisti.

Quando la disperazione si ferma un attimo a guardare il tetro panorama che appare alla finestra, è allora che può uccidere chiunque di noi … è questo però, che non siamo pronti a sentire.

Rita Pani (APOLIDE)


1.30.2010

 

Giù dai tetti

Confindustria è preoccupata per la disoccupazione dilagante, così preoccupata, la Marcegaglia, che proprio ieri ribadiva l’inutilità di mantenere “in piedi” Termini Imerese. In effetti ha anche detto che la forza lavoro dovrebbe essere reimpiegata, e tutti noi sappiamo quanto questo sia semplice da fare.

Lo sanno bene anche i lavoratori invisibili dell’Eutelia, che ormai constatato come anche le CARITAS stiano chiudendo per mancanza di donazioni, e sovrannumero di utenti, per mangiare vanno direttamente alla fonte, organizzando una colletta alimentare davanti al supermercato della COOP.

Sempre a Termini Imerese, lo sanno bene quelli della “Delivery” una delle tante aziende dell’indotto che “non staranno più in piedi” dopo la chiusura della FIAT , licenziati direttamente dalle guardie giurate poste davanti ai cancelli: “Il tuo nome non è sulla lista, e quindi tu oggi non lavori.” In fondo berlusconi aveva promesso di cambiare l’Italia, e l’ha cambiata davvero. Di questo dobbiamo prenderne atto. Che seccatura spedire una raccomandata per dare tempo al lavoratore da licenziare di metabolizzare l’idea o di pensare al metodo più rapido e indolore per farla finita! Chissà, magari è anche meglio essere licenziati da un guardiano così su due piedi; ci si risparmiano quindici giorni di ansia. È già da un po’ che questa modalità ha preso piede, so di gente che al tornello vedeva rifiutarsi la sua tessera magnetica, e dopo aver chiesto spiegazioni al guardiano, si sentiva rispondere: “da oggi lei non lavora più qua.”

Anche così è iniziata la “moda” di salire sui tetti, e non erano più solo operai, pastori, autotrasportatori. C’erano anche ricercatori, ingegneri, medici. Ora sono diventati così tanti da confondersi quasi con le antenne della televisione che deturpano e caratterizzano i panorami cittadini. E si sa che quando una cosa diventa consueta non è più speciale.

Forse sarebbe ora di scendere dai tetti, ed occupare le piazze – lo scrivevo anche l’altro giorno – perché ora esiste il numero considerevole. Un accampamento stabile davanti alla camera, uno davanti al senato, uno nella bellissima piazza davanti al Quirinale. Tutti là a fare la colletta alimentare, per non restare invisibili agli occhi dei tanti che esultano quando in città apre un nuovo centro commerciale, dove tuttalpiù potrà andare a mangiare la merda dei Mc Donalds, sognando di avere, un giorno, quel bell’anellino con brillanti di cui l’orafo si vergogna persino ad esporre il prezzo.

Invece si scende dai tetti, e si tolgono i blocchi e i presidi, perché – spiegano i giornali – finalmente berlusconi in persona “è sceso in campo”. I licenziandi dell’ALCOA sono stati rassicurati: “il premier ha telefonato in America …”

Evidentemente non ricordano più che una volta, sempre a Portovesme, disse d’aver telefonato a Putin.

Rita Pani (APOLIDE)


1.29.2010

 

Freccia Argento (poi uno s'incazza)

Non bastava l’alta velocità per aumentare i biglietti dei treni. Ci voleva qualcosa di più, un servizio migliore che avrebbe invogliato “i signori viaggiatori” a pagare senza incazzarsi. Allora ecco la Freccia Rossa, e pure quella Argento.

Verona Roma in due ore e cinquantatre minuti. Potrebbe davvero significare che l’Italia è entrata nel futuro. Potrebbe. Quando ci si appresta a partire e non si hanno le tasche gonfissime, si programma, si calcola e si cerca. Poi si valuta e si sceglie. Un’ora prima in aeroporto a Verona, poi un’ora e dieci di volo, poi mezz’ora di treno e la metro per arrivare dove sono ora, contro tre ore di treno a un consto inferiore di venti euro, rendono la scelta obbligata.

“La freccia Argento.” Ferma a Bologna, Firenze, Roma. Buon viaggio!

Carrozza 8, posto 57 corridoio. Decido di non fumare un’altra sigaretta anche se avrei tutto il tempo, perché fa un freddo boia, che mi attraversa i pantaloni, che mi gela i capelli. Nella carrozza mi accoglie un giovane dal vago accento meridionale, che quasi a fatica sembra voler celare. “Signora, c’è un problema, temo che questa carrozza dovrà restare chiusa perché è a zero gradi. Attenda nell’altra l’arrivo del capotreno che le assegnerà un altro posto.”

Attendo, e dopo di me attende un ragazzo, poi quattro turisti giapponesi, poi ancora una signora con i bagagli. Attendiamo fino a quando parte il treno, e dato che il capo non si vede, ci mettiamo a sedere dove capita, noi che siamo italiani. I giapponesi stanno in piedi e per fortuna l’alta velocità è un rutto che dura pochissimo solo dopo Bologna. Quando i primi viaggiatori vogliono provare l’ebbrezza della toilette, i giapponesi si fanno italiani, e si siedono.

La temperatura della carrozza scende bruscamente, ci si ripara come si può. Mi tornano alla mente le parole del direttore generale di FS, quando invitava i signori viaggiatori a portarsi da casa un panino, o un plaid – che non si sa mai. Si va a tentoni fino a Bologna, dove salgono altre persone, che vengono tutte inviate nel vagone ristorante. Il solito ragazzo (che però ha una divisa nuova, nuova, e un cappello che sembra un pilota) dice anche a loro che ora arriverà il capo. “Non è vero!” gli dico, già che me lo trovo affianco, così, tanto per rompere le palle. Poi riprendo a contare mentalmente le dita dei piedi, per essere certa che non se ne sia staccata qualcuna. Firenze … Fiuuu. Abbiamo solo 15 minuti di ritardo, ci si può stare mi dice il passeggero appena salito. Dalla carrozza nove affluiscono passeggeri più congelati di me: “Sì è rotto il riscaldamento dice una.” Proprio come se fosse una cosa stranissima.

Ma si rompe la porta della carrozza sette, ed è un andare avanti e indietro di divise blu, che pare la parata dell’aeronautica militare. Il treno tenta di partire, ma suona l’allarme, e scampanella. Un casino infernale e anche le porte intermedie si bloccano. Meno male che hanno l’accortezza di avvisarci che “per un piccolo problema tecnico, il treno porterà un ritardo di cinque minuti.” Per fortuna che FS ha davvero potenziato il servizio: lo strano omino con la giacca gialla e lo zainetto che dopo ogni stazione entra per un attimo nella toilette a spruzzare un deodorate al cocco per coprire l’odore del piscio. “Maintenance and cleaning” ha scritto sulla schiena.

Dobbiamo a lui se siamo arrivati a Roma … Non c’è voluto molto, è bastato scassinare il sensore dell’allarme della porta.

Costo totale dell’operazione 64 euro… Poi dice che uno s’incazza …
Rita Pani (APOLIDE)

1.28.2010

 

Occupare ed espropriare ... (barone sa tirannia)

So che proporre il “modello Chavez” in Italia è pericoloso. Potrei essere presa per pazza o visionaria se non addirittura per un’idiota senza speranza. D’altronde viviamo in un paese che da un paio di giorni ha problemi assai più gravi della progressiva sparizione del lavoro: “la sparizione, repentina, dei capelli di berlusconi.” Filmati, foto e inchieste da due giorni campeggiano sui giornali, mentre le notizie della Fiat, di Termini Imerese, e dell’Alcoa durano solo il tempo di un sospiro.

Oggi gli operai dell’Alcoa hanno bloccato la strada di collegamento tra Cagliari e Sassari, e le notizie sono ferme all’arrivo della polizia. Le agenzie riportano le scuse dei sindacalisti agli automobilisti, e l’avviso di una lotta che è solo al suo inizio.

Sempre dalla Sardegna, riemergono i numeri e i dati dello sfregio alla Maddalena, con i 330 milioni di euro sprecati, gli ultimi operai licenziati, e un territorio che ha subito l’ennesimo stupro oltre che l’ennesima colonizzazione. Da tempo si sapeva del dono fatto alla Marcegaglia dal governo massone suo amico, e mi stupisce molto lo stupore di chi, colpevolmente, ancora non sapeva.

Ora io capisco che si possa dibattere sulla sparizione e riapparizione dei capelli di berlusconi, che probabilmente una mattina non ha avuto a disposizione lo schiavo che gli montasse in testa la coroncina di sughero peloso. Posso anche attendermi le prese di posizione, le discussioni e le chiacchiere inutili sulle ultime idiote dichiarazioni in Calabria (meno extracomunitari, uguale meno criminalità; come a dire che i negri rubano il lavoro alla ndrangheta), ma iniziare a ragionare in maniera venezuelana?

Occupare (ed espropriare) la Maddalena, per esempio. Occupare le fabbriche e autogestirle. Bloccare il paese con scioperi generali e generalizzati, che quando si ferma uno stabilimento si fermano tutti. Occupare le terre incolte, tornare all’agricoltura … sono esempi nemmeno banali, che prima o poi qualcuno dovrà davvero cominciare a fare, perché il sistema non sta franando, ma si è già da tempo sgretolato, e la povertà reale non è più un fenomeno relegato agli ultimi del mondo. C’è chi si ostina a vivere al di sopra delle proprie possibilità, spinto dall’orgoglio malato dell’ostentazione di uno status che lo renda visibile, ma le banche portano via le case, e l’albo delle badanti, fortissimamente voluto dal ministro per il razzismo, per camuffare una schedatura di massa, sta creando il paradosso di vedersi allungare la lista delle italiane che piano, piano rubano il lavoro alle negre.

Basterebbe muoversi in questo senso – e quindi rischiare – per poterci riappropriare della nostra identità di cittadini, e non essere trattati sempre e comunque da semplici elettori.

Ma lo so, lo dico da me … io sono visionaria, e molto, molto stanca.

Rita Pani (APOLIDE)


1.27.2010

 

Dov’era dio quando avete votato i fascisti?


Da sempre non mi piacciono “le giornate”. A partire da quella della donna per finire con quella della memoria. Quale memoria deve avere un giorno dedicato per indurre a ricordare? Ma tant’è, bisogna accontentarsi di quell’unico giorno all’anno in cui la storia ci attraversa e ancora ferisce con poesie, filmati, fotografie e qualche frase fatta. La memoria dovrebbe essere qualcosa che fa parte di ognuno di noi, grazie alla quale ci si evolve, si sa, si conosce.

Oggi è il 27 Gennaio, è il giorno della memoria per le vittime dell’Olocausto. Qualche insegnante temerario forse racconterà ai propri alunni quel pezzo di storia che non si arriva mai a studiare troppo a fondo dai libri. Qualche altro starà fermo al tempo dei romani, delle loro conquiste citate una per una in un rigido protocollo cronologico.

Molte iniziative in tante città. Lo spolvero dei sopravvissuti col numero sbiadito stampato sull’avambraccio, a narrare sempre con lo stesso dolore la loro esistenza. Ricorderemo, almeno fino a domani mattina.

Però c’è un problema, o forse più di uno. Per esempio Mariagrazia, che la storia vorrebbe insegnarla davvero, si è vista negare dal preside della scuola, la possibilità di far vedere ai propri alunni il film “Schindler list”. Troppo lungo, e poi i ragazzi potrebbero restare traumatizzati dalla crudezza delle immagini.

Poi c’è il resto. Per esempio a Roma, alle 13, il sindaco alemanno parteciperà ad un incontro di riflessione insieme all'assessore alle Politiche Educative Scolastiche, della Famiglia e della Gioventù, laura marsilio, "Dov'era Dio ad Auschwitz?"

A prescindere dal fatto che già “Politiche Educative Scolastiche, della Famiglia e della Gioventù”, così drammaticamente di memoria fascista mette i brividi, quali livelli di ipocrisia siamo pronti a tollerare? Non sarà solo alemanno a riflettere sul passato, ma saranno in molti, in tante città italiane. E non troveranno il temo certamente di riflettere sull’oggi e sul domani. Dov’era dio quando i mezzi del comune coadiuvati dall’esercito all’alba di una mattina qualunque, demoliva le baracche dei rom e li deportava chissà dove?

Dov’è dio ogni volta che un migrante muore in mare perché respinto, o resta ad essiccarsi al sole del deserto libico?

Speriamo che tra cinquant’anni avanzi un giorno del calendario, per ricordare anche loro.

Rita Pani (APOLIDE)


1.26.2010

 

E non hanno capito un cazzo

Sempre più difficile scrivere di politica, compito arduo come un giochino cervellotico della Settimana Enigmistica, che quando riesci a risolverlo, ti lascia un piacere quasi orgasmico. Ho letto la patetica lettera di Ferraro a Vendola, sensata ma implorante, so delle difficoltà in cui si trova Rizzo. Immagino le discussioni interne allo zoccolo duro del PCL. Comprendo la soddisfazione provata dopo il plebiscito pugliese – soddisfazione anche mia – ma mi domando se persino Vendola abbia capito fino in fondo il senso.

Bersani certamente no, o non si spiegherebbero le dichiarazioni ribadite anziché smentite, sulla linea del partito che comunque non cambierà. Forse si è lasciato inquietare da quel che ha detto Rutelli, ossia che il PD ormai ha pericolosamente svoltato a sinistra, ma a questo punto dovrebbe anche ricordare che per il Clinton de noantri, Bersani stesso rappresentava un primo pesante balzo verso il comunismo stalinista.

Non possono aver capito il senso, se ancora si preoccupano di stringere alleanze con l’UDC, e se temono l’avanzata di un partito di stampo mafio/cattolico. Io non credo alla favola dell’opportunità regionale, più semplicemente so che si tratta di era e fredda contabilità. Numeri per vincere, e mi piace ricordare che il premio in palio siamo noi.

Se avessero capito, finalmente avrebbero ricordato la grande marea di cittadini elettori che sentono nostalgia di un voto dato con coscienza e convinzione, con le narici libere, con la netta sensazione dell’urgenza, proprio perché limitato alla realtà entro la quale si sopravvive.

Trovo emblematici i fatti bolognesi. Rappresentativi di un’Italia ormai corrotta dal berlusconismo che non trova più il confine tra destra e sinistra. Prodi oggi diceva – pressappoco – che trovava ridicolo il fatto che il sindaco suo amico fosse stato messo alla berlina “per una manciata di euro”, adducendo come scusante il fatto che a destra rubano tutti e assai di più. No, decisamente, non hanno capito. Se si fossero sforzati di comprendere, avrebbero ricordato con tutta la tristezza del caso, che il ladro di polli, viaggiatore accanito, in prima battuta disse: “Anche se sarò inquisito, non mi dimetterò” … come gli ha insegnato berlusconi. Bersani ha “apprezzato molto il gesto” di Delbuono, che a suo dire dovrebbe garantire la giusta morale degli uomini del PD.

Provate a pensare che bello se anziché garantire al popolo la dignità di un ladro che preso con le mani nel sacco si dimette, provassero a garantire che i comuni italiani, e le regioni, potranno riprendere a funzionare in una logica diversa da quella che ormai è dello stato tutto intero.

Ma nemmeno io faccio testo, ormai sono sempre più appassionata di fantascienza.

Rita Pani (APOLIDE)


 

Appunti di viaggio 2 (Sardegna/Padania)

Giornata pesante, fatta di attese e aeroporti. Cagliari. La morte nel cuore, e la bandiera dei quattro mori che mi dice che quella è la mia terra. Ho ore da attendere, ma arriva Giulio a farmi compagnia. Lui è uno che la vita se la è tatuata addosso, e quando mi dice che il tempo va occupato meglio mi porta in giro. Non il salotto, ma l’anticamera di Cagliari dove la storia rasenta la mitologia.

“Vedi? Qui iniziammo la sassaiola contro il Papa Paolo Sesto … ma poi non era vero. Dissero che tirammo le pietre al Papa. Vedi? Io sono nato là … di Sant’Elia è come se fossi socio fondatore.” Guardo lui, e guardo il mare dietro Cala Mosca, il Lazzaretto recuperato dalle mani del tempo. I posti nascosti di una città bellissima che mi appartiene e che forse non avrei visto mai, se oggi non lo avessi incontrato.

Giorni pesanti, e belli quelli passati in Sardegna. La famiglia certo, quel che resta sola ad esser rifugio. Le mani piccole della nipotina che sono magiche come solo quelle dei bimbi sanno essere. Il suo sguardo che si fa torvo, e che io ricordo negli occhi di mio fratello dispettoso. E l’amica di sempre, che credevo persa, e che invece ritrovo là, ferma nello stesso sorriso di una volta, di quando il sorriso non costava caro ma pareva essere un dono, o dato in omaggio dalla vita.

Poi Giulio mi bacia in fronte prima di lasciarmi inoltrare tra i gingilli di una sicurezza aeroportuale da mostrare, più che da determinare. Transenna dopo transenna, vedendo gente costretta a togliersi anche le scarpe, proseguo il mio viaggio, fino a Roma, e poi fino a Verona.

A Roma l’Alitalia che era morta rivive nel miracolo degli aerei e degli aeroporti vuoti, e noi Meridiana siamo relegati affianco alla Rayanair. “Si avvisano i signori passeggeri che i trasferimento verrà effettuato a piedi …” Poi atterri che sei quasi a Viterbo.

Roma, T3. Siedi e pensi a quando finalmente ti toglierai le scarpe che indossi dalla mattina. Verona, uscita C16. T3 perché l’Alitalia che non esiste più si è mangiata mezza Fiumicino. Cambia il mondo oltre la mia isola. Me ne sto seduta ad attendere, e si avvicina un vecchio padano. Dice di essere stanco di perdere tempo tra aerei per un’ora scarsa di riunione. Sorrido. A lui squilla il telefono e parla … parla … poi mi dice che al telefono era un mega imprenditore che ha costruito qualcosa ad Atene. Mi dice che un suo amico aveva pensato prima al patrimonio, poi alle cartucce, ma quando aveva provato a spararle le aveva trovate scariche. Poi mi chiede come mai, la mia meta sia Verona, e io dico una cosa, una qualunque. I suoi occhi potrebbero essere anche belli, se non fossero persi nella grettezza del freddo che hanno. Si parla del Veneto, di quanto mi piaccia Padova più di tutte, per i ricordi che evoca in me. Lui risponde ancora al telefono, e poi mi dice del patrimonio del suo amico, un altro, che pare abbia ucciso la moglie perché spendeva troppo di quel che lui lavorava. E alla fine mi chiede da dove io venga … non riesce a capirlo.

“Sono sarda.” Rispondo con l’orgoglio che mi appartiene e sentendo freddo mi stringo nella giacca.

“Freddo? Io non so perché veniate nella terra ferma.” Risponde.

“Lo facciamo per voi, perché avete bisogno della nostra civiltà.”

E che bello quando mi ha suonato il telefono: “Avanti popolo!” mentre me ne stavo in fila per l’imbarco …

Una musica dice sempre di più di quanto non possano le parole.

Rita Pani (APOLIDE … che ha compreso finalmente di essere in un viaggio senza meta)


1.24.2010

 

Fantapolitica

Leggevo un po’ di nomi di candidati alle prossime elezioni, e mi ribadivo l’idea di annullare la scheda elettorale con una sequela di parolacce, facendo ricorso alla memoria e ricercando le più difficili che so. La mia posta elettronica, accumulata in questi giorni di spostamenti casuali e convulsi, trabocca di inviti alla discussione che spaziano dalla necessità di una riorganizzazione a sinistra, all’ennesimo dibattito sulla riforma della giustizia. Mi è appena giunto anche l’invito a non smettere di sognare, e di essere sognatori, relativo alla giornata di primarie, oggi in Puglia. E a me sembra sempre più d’essere stata teletrasportata sulla terra, direttamente dall’Enterprise.

Non parteciperò a nessuna discussione politica, perché non credo che ci sia più nulla di politico da discutere. Siamo più o meno al punto di non ritorno. Con molta superficialità stiamo assistendo alla creazione di una nuova dinastia monarchica. Nessun principe è tornato vittorioso dalla battaglia in un regno vicino, così da potersi meritare la successione al trono; in Italia, berluconi il giovane, ha solo dovuto attendere di essere iscritto nel registro degli indagati per assicurarsi di poter sostituire il padre alla guida del regno, quando l’immortale deciderà di abdicare. I primi editti del principe sono chiari: a morte i giudici, viva il re mio padre.

In Lombardia l’avannotto si appresta a diventare trota, partendo dal basso come fece papà. Una seggiola alla regione, dopo essere stato educato al nazismo dalle scuole padane. Al sud, la plurindagata moglie di mastella invia video lettere agli elettori che tanto la rimpiangono. Se solo mi avessero invitato a un dibattito sulle cronache giudiziarie, forse, avrei potuto partecipare.

Il re prepara le liste delle nuove cortigiane. Estromesse per volere di Veronica durante l’ultima tornata elettorale europea, eccole riapparire, troie e ballerine, veline e dame di compagnia, coordinatrici delle loggette “silvio ci manchi”. Lo scandalo ormai è dimenticato, e l’italiota non porta rancore. Questa volta a stupirmi positivamente, sono stati i radicali che in Veneto e Lazio, candideranno Tinto Brass. L’esperto di culi per antonomasia, al quale non si potrà certo negare la carica di coordinatore di tanto materiale umano.

E poi ci sono i ministri candidati a sindaco, che chiaramente affermano dinnanzi al popolo elettore: “Mi candido ma sarò sindaco a metà.” (poi uno dice che fa battute scorrette) O l’altra … la ministra delle pari opportunità: “Mi candido ma non farò il sindaco di Napoli, perché io sono un soldato del pdl e non del governo”.

Eh! Provate a pensare alla domanda delle domande: “Mi scusi, signora ministro, ma allora che cazzo si candida a fare?”

Ma questa sì … è fantascienza.

Rita Pani (APOLIDE … ancora in viaggio)


1.21.2010

 

Appunti di viaggio 1

Prima tappa Roma. Primo treno, il solito regionale che mi porta giù da Narni. Trovo posto, e non devo nemmeno sistemare il bagaglio impiccandolo in alto. Non ho molta voglia di tenere gli occhi aperti, non ho molta voglia nemmeno di osservare quanto impetuoso sia il Tevere. Me ne sto così, stringendo il collo del mio giaccone. A Orte salgono i fidanzati. Li guardo, hanno le scarpe uguali, il maglione uguale. Solo i capelli si differenziano per lunghezza e colore. Parlano, lei è gelosa perché lui dovrà andare in Spagna con l’Erasmus, e starà via fino all’estate.

“ L’estate lo so tanto che ti si ingrosserà l’ormone…” le dice lei con un piglio acido e deciso. E io mi ridesto andando a incontrare gli occhi del passeggero seduto davanti a me. È interrogativo il nostro sguardo, come a chiederci l’un l’altra: “Ma che davvero gli ha detto così?” Ci salva il trambusto della galleria, un telefono che suona, il capotreno che controlla i biglietti. Galleria dopo galleria, cerco di immaginare un ormone che s’ingrossa, poi mi ricordo che io lo chiamavo in un altro modo. Ma forse non era un ormone.

Tiburtina, io sono seduta spalle alla compagnia, il primo posto che ho trovato. L’odore forte di miseria annuncia il passaggio di un signore curvo, con almeno tre giubbotti indosso e la busta di plastica che contiene tutta la sua vita, e forse qualcosa in più. Si ferma proprio di fianco alla ragazza gelosa, che guarda con gli occhi sbarrati verso di me, poi si alza e finge di guardare fuori dal finestrino. Il poveretto finalmente scende dal treno, e lei tornata a sedere prega il ragazzo dall’ormone gonfiabile, di guardarle la testa: “E se mi ha attaccato le zecche? Guarda bene.” Il mio risveglio è totale. Cinque minuti ancora per arrivare a Termini. Cinque minuti durante i quali, mai staccherò gli occhi da quella coppia, che parla d’esami e di università, di studi e di domani.

Viene a prendermi un amico, poi si va. Abbiamo un po’ di cose da fare, da dire, e a Roma in auto devi avere pazienza. Si ascolta la radio, fino a quando, zitti, ci colpisce uno spot del governo: “Vuoi andare in vacanza? Se hai un piccolo reddito, il governo ti regalerà un bonus per andare a godere delle meraviglie italiane. Vai subito sul sito www.governo.it. Anche tu potrai andare in vacanza…” Il mio amico non è esattamente un comunista, ma è mio amico. Mi conosce, e cerco subito i suoi occhi. Ma quando li trovo ridono già, e forse non aspettavano altro di vedere la mia faccia tutta intera a chiedergli: “Ma cazzo. Lo ha detto davvero?”

Annuisce. Sì, lo ha detto davvero. Ora però non correte sul sito convinti di potervi aggiudicare un weekend a Porto Cervo per la metà d’agosto. Al massimo vi daranno 30 euro per andare a Rimini a Febbraio…

Rita Pani (APOLIDE in viaggio)

1.20.2010

 

Sanculotti con le mutande (bucate)

Siamo sanculotti, ma non ce ne accorgiamo. Forse perché, se pure bucate, un paio di mutande le abbiamo ancora. Al senato è passata l’amnistia per berlusconi, e tra le pieghe della legge, come spesso accade, è passato anche un condono per gli uomini delle istituzioni, nazionali e locali, che avrebbero dovuto ripagare lo stato (in teoria noi) per danni all’erario. Una cifra stimata in 500 milioni di euro, quindi pochissima cosa. Ovviamente questa ennesima deforma è stata fatta per noi, per tutti i cittadini che sono stufi della lunghezza dei processi, e per tutti gli altri che potranno pagare un buon avvocato, che con un po’ di maestria, riuscirà a tenere il suo assistito lontano dalle patrie galere. In effetti anche le galere sono un problema, piene di tossici che muoiono per cause naturali dopo essere stati massacrati, o di clandestini che impiccandosi muoiono per insufficienza respiratoria grave. Ma almeno a questo hanno posto rimedio, col piano carcere: un’ equa distribuzione di danari tra le solite ditte facenti capo alla Loggia di governo.

L’indignazione è partita subito con il solito contributo della Rete. Siamo sanculotti computerizzati, e la rivoluzione la facciamo con un doppio click del tasto sinistro del mouse. Poi c’è pure questa piaga delle elezioni, della campagna elettorale, e si deve decidere in fretta con chi sta casini, quanti voti la binetti porterà a ruitelli, chi è più a sinistra della sinistra. Persino Di Pietro (che pure scrivo maiuscolo) oggi ha avuto un ritorno di fiamma verso Bersani; pare che si siano accorti che c’è finalmente bisogno di un’alternativa. Il tempo, come si dice, è galantuomo; almeno lui.

Fosse per me organizzerei un bel falò day. Tutti in pubblica piazza, muniti di certificati elettorali, da incendiare simultaneamente in ogni città italiana. Conosco bene le obiezioni, in fondo sono pure le mie. Il diritto del voto, l’opportunità democratica e via discorrendo. Peccato però che oggi, votare in Italia, non è esattamente né libero, né democratico. Le alleanze locali danno il senso della pochezza di questo nostro paese. L’udc di casini, il partito quasi dichiaratamente mafioso, ambito da entrambe le parti per garantirsi il successo elettorale (spartizione di beni e servizi) al sud è un esempio. Non che il nord sia messo meglio, ovviamente, se consideriamo che i fortunati elettori del partito del popolo padano quasi certamente eleggerà il figlio idiota di quel cretino di bossi alla Regione. Il Lazio invece potrà scegliere tra la segretaria generale di un sindacato che non esiste e che solo falsificando tessere si è potuto infilare nelle sale del comando, o una trasformista come la bonino che si è imposta come “nuova” prospettiva.

Dei “nostri” manco scrivo, è sufficiente l’esempio di Vendola, come dice Michelangelo: Solo con tutti!

Quando ci metteranno in galera perché avremo rubato un paio di mutande, forse riusciremo tutti a comprendere meglio le nostre reali responsabilità. Ma è presto, lo ha detto anche tremonti: quest’anno ci riprenderemo dell’1%.

Rita Pani (APOLIDE)


1.19.2010

 

Nota personale ...

(Sorrido) Esci perché c’è il sole, e perché davvero hai bisogno di un paio di pantaloni. Esci facendo fatica perché hai già letto i giornali che non ti predispongono all’ottimistica visione del futuro. In mente la notizia di una donna – una barbona – gentilmente chiamata clochard, violentata e poi ammazzata a calci e pugni. La fabbrica della Dainese, l’abbigliamento di Valentino Rossi pagato milioni anche per scorreggiare, chiude in Italia lasciando a terra ottanta famiglie, per riaprire in Tunisia. Il localino con la grotta dove ogni tanto ti piaceva portare la tua amica Maria a mangiare gli gnocconi, pensa di chiudere. Poi il racconto della festa di Sant’Antonio, la benedizione di anatre e caprette, cani e gatti, e il pranzo organizzato dalla parrocchia, in un locale niente male immerso nel verde della campagna umbra. Il fedele che a un certo punto, tra un bicchiere di vino e un morso al cinghiale dice al prete: “Don Tiziano, non sarebbe il caso di pensare a organizzare una colletta per Haiti?” E il prete, bergamasco, che risponde: “ non è già tanto che ci pensiamo?”

So che ci devo fare i conti. So che questo è “il mondo” e così chiedo alla mia amica se ora ha compreso perché io non riesca ad avere fiducia nel futuro, lei annuisce ma poi si ribella, utilizzando un po’ di quelle frasi fatte che escono dal cuore, di Dio che chiude le porte e apre i portoni, che fino a che c’è vita c’è speranza. E si prosegue, cercando i pantaloni meno brutti e a miglior prezzo.

Di fronte alla cassa un uomo mi guarda con insistenza, e quando comprende che sono seccata mi si avvicina con gentilezza: “Ma lei è Rita Pani?” Non faccio in tempo a finire di annuire, avvolgendomi di tutto l’imbarazzo che conosco, che il signore mi ha già detto tutto quello che c’era da dire, sulla vita, sul mondo, sulla politica, e persino sul mio viso che sembra più triste di quello della fotografia. Balbetto qualcosa e non so come, l’ex socialista mi dice: “E però Craxi ha pagato per tutti.”

Se ne va l’imbarazzo, se ne va persino il mutismo perché d’impeto provo a fargli un esempio di “uomo che ha pagato”. Graziano Mesina, che si è fatto più di trent’anni di galera a volte colpevole e a volte innocente. Provo a spiegare il senso del termine “pagare”, che davvero a craxi non può appartenere.

“Non ha pagato un cazzo Craxi, semplicemente è scappato, ha vissuto bene il tempo che gli è rimasto, e secondo me ha conservato anche un certo tipo di potere. È pure morto dieci anni fa, e questo lo ha protetto dal dolore che gli avrebbe dato non poter tornare a spartirsi il danaro pubblico, la seggiola in parlamento, i favori di quel re, che ha riempito ancora una volta le istituzioni con i complici di craxi, che se pure l’odore della galera l’hanno sentito, oggi sono tornati tutti ripuliti e riabilitati …”

È cambiato lo sguardo dell’uomo che avevo di fronte. È cambiato così tanto che avrei voluto scusarmi. “Non ci aveva pensato”, ha detto …

Mi spiace, glielo dico ora. La verità è che anche io vorrei vivere l’incantesimo di non guardare oltre la siepe.

(piango un po')

Rita Pani (APOLIDE)


1.18.2010

 

Votatelo ancora

"O i giudici decidono nel senso che sostengo io o faccio una dichiarazione a reti unificate per dire che la magistratura è molto peggio della mafia" silvio berlusconi – statista 12 gennaio 10

Tanto disgusto in questi giorni per la commemorazione di un ladro morto da latitante. Pellegrinaggi ad Hammamet, con lo stesso spirito di speranzosa adorazione con il quale i devoti si recano a bere l’acqua miracolosa alla fonte di Lourdes. Noi osserviamo sdegnati, non più increduli, anzi, al contrario convinti che ormai di nulla ci si debba stupire. A dire il vero, craxi, in confronto a berlusconi, appare quasi un dilettante.

Gli altri, invece, non si sa. Io almeno non lo so. Non riesco a figurarmi l’intimo pensiero di un elettore berlusconista. In vero dubito che esso possa essere in grado, nella maggior parte dei casi, di formulare un intimo pensiero di senso compiuto. Però ci provo.
L’italiota non è più come una volta, convinto che un uomo ricco non abbia bisogno di rubare. Oggi il suo pensiero si è evoluto arrivando a formulare un teorema ancor più conveniente: se un disgraziato malfattore, evasore fiscale, corruttore può governare, noi saremo altresì liberi di rubare. Magari briciole, confronto a quello che ingrassa lui, ma liberi di farlo nel nostro piccolo.

L’italiota non sa leggere tra le righe come quelle riportate in principio. Quell’ “io” strabordante che dovrebbe dirgli tutto.

Non sa far di conto, l’italiota. Il numero dei seguaci dovrebbe diminuire man mano che in Italia diminuisce la circolazione del danaro. Invece no. Il fenomeno si allarga andando ad influenzare anche le nuove generazioni, col mito eroico dell’uomo che si fa da sé o in compagnia di qualche escort, all’interno delle belle stanze dei palazzi istituzionali.

Da mesi le cronache politiche sono occupate in modo monotematico dalle riforme della giustizia, per quell’io che vorrebbe dettare le sentenze ai giudici, che lo accusano di aver corrotto dei giudici per poter dettare una sentenza. E il piccolo imprenditore che lo aveva votato col chiaro intento, nemmeno celato, di poter finalmente evadere il fisco restando impunito, probabilmente già si è accorto che non ha più la fabbrichetta di cui taroccare i bilanci.

Votatelo ancora, per favore. Regalatemi il sogno di sentirlo dire, a reti unificate che i magistrati sono peggio dei mafiosi. Sarà ancora più bello stare ad aspettare di vedervi svegliare quando i capannoni nei quali hanno lavorato tre generazioni delle vostre famiglie, saranno chiusi e sigillati. Ci sentiremo tutti più uniti nella fratellanza quando anche voi, italioti, scoprirete quale odore ha la fame.

Rita Pani (APOLIDE)

1.17.2010

 

Il provocatore idiota

Ho letto sull’Unità che oggi c’è stata una nuova provocazione di brunetta e mi domandavo perché non si abbia il coraggio delle parole. Perché mai chiamare provocazione quella che senza timore di smentita dovrebbe essere chiamata idiozia?

Così riflettendo mi è venuto in mente che si potrebbe davvero attuare una rivoluzione pacifica e incruenta. È semplice: basterebbe accettare le provocazioni. Lo spiegava molto bene qualche giorno fa Travaglio riferendosi agli immigrati e alle promesse della lega di liberare l’Italia dagli stranieri. Bisognerebbe estendere il concetto, e ogni volta che uno statista padano apre bocca, richiedere a gran voce che la minchiata venga convertita in legge.

Già da domani mattina, tutta l’opposizione dovrebbe lavorare perché al più presto venga presentato al parlamento il decreto che impone a un genitore di mandar fuori di casa i figli diciottenni, a calci nel culo. Sarebbe bellissimo. Persino il decoro urbano ne trarrebbe un certo vantaggio. Non più quelle facce rugose e stanche, quelle mani con le unghie che sembrano di marmo, a chiederti i centesimi che hai scordato nel fondo delle tue tasche. Ma una marea di ragazzetti con anellino al naso, e pantaloni che sembrano non saper resistere all’attrazione della forza di gravità. Tanta colorata gioventù.

Ho sempre pensato che il provocatore idiota altro non sia che un ex succube di ogni tipo di nonnismo o bullismo. Arrivato a ricoprire la carica di ministro per il solo merito di essere riuscito ad essere più basso del nano del consiglio, ora si sta vendicando con quel suo piccolo animo rancoroso. La cosa più patetica è comunque che qualcuno abbia sentito l’urgenza di commentare le sue dichiarazioni, sputate ad un microfono probabilmente per far dimenticare che abbiamo pagato a lui e ad altri ministri, un viaggio ad Hammamet per commemorare un ladro e un profittatore, morto in Tunisia da latitante.

Mostrarsi idiota ha un suo perché. Domani il sondaggio di SKY TG 24 probabilmente chiederà: Sei d’accordo che si faccia una legge per mandare a morire di fame i ragazzini di diciotto anni? Che casino se avessero dovuto chiedere: “Ti è piaciuta la commemorazione di un ladro, avvenuta ieri in Tunisia?”

Rita Pani (APOLIDE)


1.16.2010

 

Sexy Anna

"Vi è un passo nel quale Anna Frank descrive in modo minuzioso le proprie parti intime e la descrizione è talmente dettagliata da suscitare turbamento in bambini delle elementari" …

Lo so, la notizia è vecchia (di ieri), ma mi era rimasta in memoria, col sorriso acido che a volte disegna storto il mio viso. E anche molte riflessioni sono state fatte sull’eccitante descrizione della povera ragazza ebrea finita in saponette e paralumi. Son solerti e impegnati i leghisti, loro sono i rappresentanti del popoli per antonomasia, loro sono la voce eletta, del popolo.

Un bambino padano che guarda la televisione resterà assai meno scioccato nel veder quel culo che pare masticare il filo interdentale che separa le chiappe come Mosè le acque. Il bambino padano si turba dal racconto adolescenziale di una ragazzina degli anni della guerra, che forse non intercalava dicendo figa. Che invece sia altro, il timore che ha spinto il rappresentante del popolo a interrogare il ministro dell’istruzione più stupida degli ultimi 150 anni?

Magari che ne so, azzardo, qualche parallelismo tra la via di un’ebrea di Vienna e la vita di certi extracomunitari stipati nei magazzini periferici di certe località padane? Non sarà che qualche bimbo padano, potesse ricondurre la storia di Anna Frank a qualche dichiarazione di borghezio o gentilini?

Quanto potrebbe restare turbato un bambino padano se gli venisse spiegato il senso del termine sterminio? Magari potrebbe chiedersi dove vada papà, tutte le sere dopo aver indossato l’elmetto cornuto e il fazzoletto verde distintivo e d’ordinanza.

““la gioventù, in fondo è più solitaria della vecchiaia.”Questa massima che, ho letto in qualche libro mi è rimasta in mente e l’ho trovata vera; è vero che qui gli adulti trovano maggiori difficoltà che i giovani? No, non è affatto vero. Gli anziani hanno un’opinione su tutto, e nella vita nono esitano più prima di agire. A noi giovani costa doppia fatica mantenere le nostre opinioni in un tempo in cui ogni idealismo è annientato e distrutto, in cui gli uomini si mostrano dal loro lato peggiore, in cui si dubita della verità, della giustizia e di Dio.”

Chissà, magari la vera paura del disonorevole grimoldi, era proprio che concetti così chiari e tristemente attuali, potessero turbare davvero il bimbo brianzolo, tanto da contribuire a farne un uomo migliore di lui.

Rita Pani (APOLIDE)


1.15.2010

 

La morte può

Che strana sensazione leggere i giornali con lo stato d’animo che ho. Per un po’ mi sono sentita aliena in un pianeta nuovo e inesplorato. I morti di Haiti e la pena, i morti di Haiti e la preoccupazione mondiale, i morti di Haiti e la gara sfrenata alla solidarietà. E allora, essendo anche io un po’ morta in questi giorni difficilissimi che vivo, mi sono domandata per l’ennesima volta: “Perché per essere degni di attenzione si deve morire?” Non succede solo ad Haiti, succede ovunque, ma quel che è peggio è assistere all’ostensione dei cadaveri capaci di smuovere i nostri animi, o all’occultamento di altri che potrebbero, al contrario, far ribellare le nostre coscienze. Quindi vanno bene le membra irrigidite dalla polvere e dalla morte di un terremoto, ma non dobbiamo vedere i cadaveri dilaniati dei bambini palestinesi, iracheni, afghani o del Darfur; il corpo incendiato dal rogo in un capannone di una fabbrica, schiacciato da un macchinario.

Perché non occuparsi dell’uomo quando è ancora vivo?

Quando mai abbiamo sentito parlare della situazione haitiana, se non per qualche rivolta e qualche eccidio? Cosa facevano i grandi del mondo per garantire la sopravvivenza dignitosa a milioni di persone che vivevano la fame e la miseria? Ci si immaginava Haiti fatta da belle ragazze con le tette di fuori e i gonnellini di foglie di palma. Ora però ci sono i morti e il mondo reagisce. Vengono esposte le classifiche del torneo di solidarietà, con il listino delle donazioni pubbliche e private; il premio in palio credo sia l’amore del popolo o dei fans

Pensavo alle casette allestite in tutta fretta, a quelle rotonde addobbate d’erbetta nel centro di una strada asfaltata in fretta subito dopo il terremoto in Abruzzo, che tanto lustro hanno dato alla cricca di imprenditori e palazzinari che governando questo stato, non hanno messo un pilastro in una casa dello studente e che hanno costruito un ospedale con mattoni di fango per arricchirsi. Ma poi, quando arriva la morte, si “mette in moto la macchina” della pietà e della solidarietà per chi ha la fortuna di restare vivo. E non è mai tempo di polemiche, e nemmeno si assunzione di responsabilità.

In effetti, a legger bene tra le righe sfocate dei giornali, si comprende che quel tempo non arriverà mai, perché la politica italiana ha una sola priorità: la riforma della giustizia, che giustappunto servirà a garantire il futuro libero e dorato di questa piccola ed esclusiva loggia massonica che è al potere.

Rita Pani (APOLIDE)


1.13.2010

 

Il fiume in piena

500 mila morti occupano le cronache quotidiane, e noi che ben sappiamo cosa è un terremoto, leggiamo, guardiamo le immagini di quella tragedia. Oggi però una bambina di tre anni è stata portata via dal Rio Murtas, e per me questa tragedia vale come cinquecentomila morti. Perché io so cos’è il Rio Murtas.

Le cronache parlano di UN FIUME IN PIENA (scusate per il maiuscolo, lo detesto) ma io ho sentito dire proprio così: “la piena del fiume ha strappato la bimba dalle braccia della madre”.

Nel Sulcis, il concetto di fiume era quasi sconosciuto. Per intenderci, rispetto al Tevere, o l’Aniene e persino il Nera, il rio Murtas poteva essere il rigagnolo che esce dalla canna nel vostro giardino, quando scordate di chiudere il rubinetto dell’acqua. Ci sono molti rii nel Sulcis Iglesiente, uno attraversa persino Carbonia, la mia città d’origine, che ad un certo punto venne ricoperto dal cemento, tanto era inutile il suo corso. Un rio del Sulcis è poco più che un canale di scolo, che va a perdersi verso il mare. Io ricordo ancora le passeggiate in campagna con mio papà, e lui che mi spiegava che sulle pietre in cui passeggiavo, una volta scorreva l’acqua. Per capire meglio, basti sapere che gli unici due laghetti della mia zona, sono due bacini artificiali, costruiti per il fabbisogno idrico essendo da anni una zona a rischio siccità. In vero, a vederla dall’alto quella mia Sardegna africana, dimostra bene l’avanzare del deserto.

Quando un rigagnolo d’acqua diventa un fiume impetuoso capace di uccidere, è chiaro che il punto di non ritorno è già stato passato da tempo. L’uomo è andato oltre e non sarà capace di fare qualche passo indietro, per chiedere scusa alla natura, e rimediare.

La natura poi è colpevole a prescindere, e fa comodo ai colpevoli, quelli veri. Perché contro la natura, noi, possiamo nulla. Nulla si può contro un terremoto, nulla si può contro un’alluvione, e nulla nemmeno contro un FIUME IN PIENA. La natura ha voluto così, dicono, come allo stesso modo ci dicono che nulla si può contro la volontà di Dio, anzi in tanti auspicano che sia fatta la sua volontà. Il destino, insomma, che ha voluto uccidere una bambina, come la fatalità può ammazzare chi va in auto o semplicemente al lavoro.

Il clima è un problema che si risolverà nel 2050, ci dicono i grandi del mondo. Lo hanno ribadito anche ultimamente, in quella ignobile e costosissima farsa a Copenaghen. Anna Leone, così si chiamava la bambina, nel 2050 avrebbe avuto solo 43 anni, è morta perché la natura non le ha dato la pazienza di attendere che un fiume tornasse ad essere soltanto un rio, così come la natura ce lo consegnò.

Rita Pani (APOLIDE)


1.12.2010

 

La corrente del "vatteneacagarismo"

Pare brutto, lo so, ma viene spontaneo proseguire nel nichilismo assoluto della nuova corrente del “vatteneacagarismo.” In effetti ci ho pensato ieri mentre sentivo le dichiarazioni telefoniche di brunetta, in merito al calo del potere d’acquisto degli stipendi italiani. Esso, forte della poltrona su cui poggia il culo, sosteneva che i dati ISTAT erano da leggersi in modo differente, quasi bizzarro, aggiungo io. Secondo il nulla facente anti fannulloni, infatti, in realtà ad averci rimesso sono stati i redditi medio alti, mentre i poveri col calo dell’inflazione hanno persino guadagnato. Certo – spiegava – chi ha perso il lavoro ha visto un calo delle sue entrate, ma nemmeno tutti dal momento che chi è in cassa integrazione percepisce il 90% dello stipendio, e quindi non si può lamentare.

Quindi, sì, confesso d’averlo mandato a cagare.

Ora, scorrendo un giornale on line, l’occhio mi è caduto su un’altra notizia: “il taglio delle seggiole degli enti locali, previsto con l’ultima finanziaria, slitterà all’anno prossimo.” La manovra avrebbe dovuto portare nelle casse dello stato, un risparmio di 213 milioni di euro. Si sa che in periodo pre elettorale non è bene scontentare nessuno, soprattutto quando abbiamo negri da sparare o da deportare, o quando si può promettere impunemente agli evasori fiscali, di abbassare le aliquote.

È un periodo fecondo per la corrente del “vatteneacagarismo”. Prende piede e si diffonde a macchia d’olio, ogni giorno, ognuno di noi, si sente sempre più libero di mandare giustamente a cagare qualcuno. Non farà certo Rivoluzione, ma aiuta a liberarsi di altre insane voglie.

Siamo o no lo stato che discuterà in Parlamento la “norma blocca processi”? Nemmeno Bokassa che pur non essendo comunista aveva il frigo zeppo di carne umana, aveva mai osato tanto. Persino lui, alla fine, si accontentò di un’amnistia, per tornare ad essere un uomo libero di morire di morte naturale. L’Italia farà meglio di una Repubblica delle banane. L’Italia riuscirà a depenalizzare – quasi – persino la corruzione, e non saranno solo le persone fisiche (tutte noi) ma anche quelle giuridiche a godere di tanta libertà. Se fossi il governo oserei di più, tanto l’italiota abbozza: “Perché non legalizzare gli appalti truccati?”

Rita Pani (APOLIDE)


1.11.2010

 

Ricominciamo

Le feste sono finite ufficialmente oggi. È il primo lunedì di una completa settimana produttiva, e bisogna tornare al lavoro. Anche il tizio del consiglio torna a Roma, col suo viso ritoccato di fresco e un naso nuovo, nuovo. Subito un vertice urgente a Palazzo Grazioli, “per definire la strategia dei processi”, scrivono le cronache politiche senza nemmeno porsi più il problema della vergogna. Solo qualcuno, ancora non del tutto arreso, persevera nella ormai obsoleta usanza del politichese, utilizzando una forma arcaica ma meno spudorata: “Vertice sulla giustizia a Palazzo Grazioli.”

È l’arroganza di un potere che sa di aver vinto per mancanza di avversari. C’è persino meno accanimento pre elettorale; non c’è nemmeno l’attesa come se – per usare la metafora calcistica a mo’ di testo “Politics for dumb” – la Nazionale italiana dovesse giocare una partita con la Polisportiva F.lli Trombettoni spostamento terra. Oddio, qualche abbozzo permane, ma più per usanza che per necessità. Per esempio il chiacchiericcio sull’immancabile riforma fiscale all’italiana, che equivale alla promessa del sogno delle “due aliquote”, che equivarrebbe all’eliminazione di quella più alta.

Provo sempre molto dispiacere quando mi accingo a scrivere: una volta non era così. Detesto il “si stava meglio quando si stava peggio”, che significa solo e soltanto fallimento. Ma è indiscutibile il fatto che una volta, non era così. Se non altro, in occasione di nuove elezioni, si cambiavano le lampadine ai lampioni, si rifacevano i marciapiedi e si asfaltavano le strade per intero, e non soltanto ci si limitava a tappare in fretta e furia le buche provocate dalle incessanti piogge che si portano via, ogni volta, il bitume scadente utilizzato per risparmiare.

Sono sempre più convinta del fatto che non sarà la volontà politica dei cittadini a liberarci dall’incubo berlusconiano, anzi, oggi sarei più disposta a confidare in un asteroide che prende bene la mira che non in una presa di coscienza. L’alternativa non esiste, e soprattutto l’alternativa non siamo noi – senzienti – confinati nelle nostre nicchie e sputati in faccia, a volte, persino da quelli che dichiarano di essere proprio come noi, se non certe volte anche meglio. Non so nemmeno se abbia senso cercare le responsabilità e attribuirle ai singoli, che tanto non hanno mai dimostrato di volersene far carico, a partire da Occhetto col quale a distanza di tanti anni, sento di avere ancora un conto aperto. So che noi però c’eravamo, quando attoniti abbiamo lasciato che “i nostri” politici ballassero al tempo scandito dal tizio di Arcore. Abbiamo lasciato uccidere il senso della politica, abbiamo colpevolmente continuato a giustificare e seguire i Vendola, i Rizzo, i Diliberto … arrivando ad oggi, giorno in cui, come ho già scritto, l’arroganza del potere viene mostrata chiaramente, con la certezza che il popolo ha ormai fatto il callo allo schiaffo o al calcio in culo. Persino Veltroni col suo “porgilaltraguancismo” non avrebbe mai osato sperare in vittoria più grande.

Dimenticavo … l’ISTAT, che come me non si è ancora innamorato, ci rivela che il nostro potere d’acquisto è calato in un anno del 1,6% (e meno male che ce l’hanno detto, perché sennò non ce ne saremmo accorti). Bersani però non è d’accordo alla riforma fiscale delle due aliquote.

Perdonate se … ma percepisco forte il bisogno di dire:

ANDASSEROTUTTIACAGARE.

Rita Pani (APOLIDE)


1.10.2010

 

Calabria: pace fatta tra ndrangheta e stato

No, non si può davvero imputare a questo governo alcun tipo di lassismo. È il governo dei fatti, e del fare. È il governo dei siffatti. La solerzia del ministro del razzismo maroni, è ammirevole, e dopo i fatti di Rosarno che tanto hanno inorgoglito il popolo padano, capace per una volta di trovarsi a fraternizzare con la ndrangheta calabrese, arrivano le risposte che tutto il popolo aspettava: basta con i cori razzisti allo stadio! Le partite di calcio saranno interrotte alla prima avvisaglia di un coro razzista, appunto, anche se lo stesso ministro ammette: “è difficile distinguere tra il normale sfottò verso la squadra avversaria e la volontà di offendere col razzismo.” Ma sono certa che troveranno il modo o il codicillo per non scontentare nessun tifoso elettore.

Sono molto soddisfatta, non avrei accettato che il nostro paese, in origine tra le culle della civiltà, avesse accettato passivamente che si potesse tornare indietro nei secoli. Un paese ottimista e in ripresa come il nostro, ero certa, non avrebbe tollerato la caccia al negro; non poteva restare impunito il ferimento di tanti innocenti, la repressione della polizia, e la deportazione di esseri umani sfruttati come schiavi fino al giorno prima. Ora i tifosi di calcio ci penseranno due volte prima di fare: “Buuuuu!”

Assistere alla partita di calcio sarà nuovamente una festa, come vivere a Rosarno d’ora in poi sarà nuovamente una Pasqua. Le fabbriche costruite con i finanziamenti della Comunità Europea, mai entrate in funzione e subito abbandonate, senza che nessuno andasse in galera per la ruberia, sono state sgomberate e riportate al loro nulla originario. Gli agrumeti ormai sfruttati attendono di riempirsi nuovamente dei loro frutti per essere lavorati da rosarnesi doc, che a cuor leggero si sentiranno obbligati a ringraziare i loro sfruttatori pagando il pizzo con la loro paghetta da schiavi. Accetteranno di buon grado di mandare i loro figli in campagna a lavorare per un euro l’ora e nemmeno un pugnetto di riso. E se non dovessero accettare di tornare ad essere negri, basterà attendere che cali il silenzio e che nuovi negri tornino in città a prendere il posto di quelli finalmente deportati.

Gioite fratelli calabresi: Rosarno in fondo vi ha salvato. E’ bastato sparare addosso a quattro negri per far tornare la pace tra la ndrangheta e lo stato. In fondo non si poteva pensare di spartire i soldi del ponte sullo stretto con chi ti mette le bombe in città.

Rita Pani (APOLIDE SCHIFATA)


1.08.2010

 

Noi, civiltà occidentale superiore.


“Troppa tolleranza con i clandestini”. L’ha appena detto il ministro per il razzismo maroni, riferendosi ai fatti di Rosarno. Secondo l’eccelso ministro, inoltre, la grave colpa dei clandestini sarebbe anche quella di aver alimentato la criminalità. È vero che l’Italia è stata troppo tollerante, ma questo è un paese che gira al contrario e non possiamo scordarlo.

Abbiamo tollerato da sempre che esseri umani venissero trattati come schiavi, fatti vivere come bestie, sfruttati come muli da soma, gettati via dopo morti come spazzatura nelle discariche abusive. Abbiamo tollerato il silenzio calato sulla morte di migliaia di esseri umani morti e inghiottiti dal mare, spesso ripescati a pezzi dalle reti dei pescatori. Abbiamo tollerato leggi razziali vergognose che avrebbero dovuto suonare come schiaffi alla memoria del passato troppo recente per essere ignorato.

A Rosarno gli schiavi dell’agricoltura, costretti a vivere peggio delle mucche nelle stalle, sono scesi in piazza perché qualche ignoto e civile occidentale ha pensato bene di usare esseri umani come bersagli mobili, e magari solo per noia e divertimento ha sparato loro con un fucile. Inaccettabile per il ministro che potessero ribellarsi, e la soluzione è vicina, rassicura.

La parola soluzione detta da uno come maroni, mette i brividi. Ricorda altre soluzioni finali di cui davvero nessuno avrebbe più voluto sentir parlare. E non è esagerato il paragone, se si pensa ai respingimenti alle frontiere, che provocano la sparizione di centinaia di persone delle quali si sa poco o nulla; della loro sorte ancora meno. Sappiamo solo che finiscono in qualche lager nel deserto libico, e nulla di più, da quando l’Italia per gestire meglio il problema delle immigrazioni ha comprato la pace con al Libia, stipulando un mutuo ventennale.

Noi siamo la civiltà superiore occidentale, capace di ridurre uomini in schiavitù per rincorrere l’arricchimento personale, ma siamo anche capaci di guardare al negro come all’unico responsabile delle nostre disgrazie, sia essa la sicurezza o la povertà. Avremmo potuto comprenderlo all’inizio, quando si vedevano le mani nere pulire vetrine, o distribuire l’asfalto sulle strade, sturare pozzi neri o pulire pavimenti. Ma in fin dei conti, all’epoca, c’era chi dinnanzi a queste figure provava un certo senso di superiorità guardando le sue mani senza calli e i suoi vestiti puliti. Il tempo, il falso neoliberismo, e l’indifferenza hanno fatto il resto: uno schiavo costa meno di un operaio.

Non dovrebbe essere difficile comprendere chi sia il nemico, e soprattutto gli schiavi non dovrebbero restare soli a combattere a Rosarno. La loro schiavitù ci ha reso tutti schiavi.

Rita Pani (APOLIDE)


1.07.2010

 

Addio Anno Zero

Fino ad oggi Anno Zero era l’unica trasmissione televisiva che, con un po’ di fatica, riuscivo ancora a guardare. “Ora basta pure questa”, mi sono detta alzandomi dal divano dopo aver sentito le rivendicazioni dell’invitata “di sinistra” alba parietti. In principio vedendola, avevo pensato che fosse ospite in qualità d’esperta di botox e protesi degli zigomi – assai più esperta della Cher del consiglio – invece no. Portava la sua esperienza in politica con una tesi che mi ha fatto sobbalzare, e non per le risate: “Se Bersani non figura nemmeno nelle barzellette di Natale, allora c’è un problema.”

La domanda che ora mi sovviene è: “Quando, anche coloro ai quali deleghiamo la speranza di un minimo di informazione capillare, che purtroppo può essere fatta soltanto attraverso la televisione, impareranno a rispettare la nostra intelligenza?”

È mai possibile che in uno stato in cui le menti degli italioti sono ormai appannate dalla propaganda e dal silenzio, si utilizzino i lavoratori come scimmiette da zoo e non si dia loro la parola, per garantire lo “spettacolo” miserevole di quattro strapagati imbecilli, pronti a sparigliare le carte in tavola, perché di tutto si parli tranne che della realtà?

Perché mai, se il problema è la crisi economica che ha ridotto sul lastrico e alla fame milioni di famiglie italiane, chi vorrebbe informarsi deve assistere alle lamentose e inutili litanie di un leghista che ha confuso le lotte del popolo col populismo?

Gli operai di Milano, in collegamento sotto la pioggia non avrebbero sortito l’effetto desiderato. Perché mi pare chiaro che qualunque cosa ormai, in televisione, si debba solamente sussurrare, e non urlare a gran voce. Tutto ciò che passa per immagini deve essere quantomeno accettabile alla vista, e a tarda sera nelle case degli italioti, e meglio se una telecamera si sofferma sui canotti da otto posti che ornano il viso di una ex soubrette impegnata nell’annosa guerra contro il passare del tempo (proprio come la Cher di Arcore, ormai più gomma che carne) che sull’immagine di un centinaio di disperati che potrebbe insegnare ad altri operai a ribellarsi al padrone.

Rita Pani (APOLIDE)


1.06.2010

 

L’opinione della gggente.


Guardo sempre meno telegiornali, ma confesso che quando l’orecchio capta la frase “sentiamo cosa ne pensa la gente”, mi piace prestare attenzione, mi allungo, accendo una sigaretta e mi concentro. Forse il mio animo bastardo conserva l’illusione di poter sentire, un giorno, LA RISPOSTA.

“Lei cosa ne pensa dei controlli in aeroporto, anche se deve fare due ore di fila?”

“Lo trovo giusto; finalmente ci si sente più sicuri in aeroporto. E poi per due ore, uno si può anche rilassare …”

Non me la sono inventata: Sky TG 24 il mio telegag preferito.

Ovviamente si parlava del body scanner e del fatto che il ministro turista degli esteri fosse concorde al fatto di spendere un altro po’ di milioni di euro per assecondare la volontà di Obama, di far credere al mondo intero che un’altra guerra sia necessaria. Il risponditore perfetto, quindi si è sentito più sicuro perché è rimasto rilassato in fila, davanti a una miriade di persone che ancora non ha capito che prima di passare il posto di polizia deve togliersi l’orologio, gli spiccioli dalla tasca dei pantaloni, il cinto con le borchie, e soprattutto la deve smettere di parlare al telefono. Si è sentito soprattutto sicuro quando la poco gentile signorina ha imposto a tutti di gettare la bottiglietta d’acqua pagata quanto una confezione da sei bottiglie da due litri nell’apposito cestino. Questa pratica in effetti dà una certa sicurezza, almeno al bar accanto al tuo “gate” presso il quale comprerai un’altra bottiglietta d’acqua, sempre al prezzo di 12 litri.

L’opinione della gente è fondamentale anche per ciò che concerne la disastrosa situazione climatica. “Piove tanto … lei cosa ne pensa?” Le risposta variano, e i risponditori pensano un poco prima di parlare come se per un attimo avessero avuto l’intenzione di dire: “Governo ladro.” Invece si nota un guizzo negli occhi del malcapitato che “ringrazia il sindaco per i sacchetti di sabbia”, o la nipote di Puccini, che intervistata dentro il museo dedicato al nonno dice: “Abbiamo sistemato tutto. Abbiamo messo dei mattoni sotto i mobili per sollevarli, anche se poi i vigili del fuoco ci hanno detto che non serviva a nulla.”

E la neve? Bologna è sotto la neve. “Vedete? Cade e riempie il pluviometro, per dirci quanta ne cade.” Abbiamo sentito l’opinione della gente: “è bella Bologna con la neve, anche se c’è traffico.”

Sorrido … Johnny Stecchino non s’è inventato nulla.

Rita Pani (APOLIDE)


1.04.2010

 

W la faccia al pomodoro


Ci siamo, il circo sta per ripartire, le elezioni regionali incombono, e il carrozzone riprende il cammino per allietare o circuire il gregge italiota. La faccia al pomodoro del buffone del consiglio inizia ad apparire sui manifesti, e tutti scorderanno presto il ridicolo cerotto e l’ematoma sulla punta del naso tipico di un intervento di rinoplastica. Insomma, non ci resta da tenere pronto il nostro Photoshop per le classiche foto di rito – prima e dopo. Col naso da maiale/col nasino all’insù, come già abbiamo fatto per la testa senza asfalto/ e la testa asfaltata.

“Una società che non rispetta le sue istituzioni è destinata a morire”, recita il manifesto del partito dell’amore, e in effetti potrebbe essere vero, almeno quanto è vero che uno stato che uccide le sue istituzioni, muore molto prima. E c’è veramente poco di rispettoso in quella faccia truccata dallo Spielberg de noantri, a fare da réclame come se fosse vero dolore.

Se avessi soldi, e se avessi il consenso della famiglia Cucchi, farei anche io un manifesto, da appendere accanto ad ogni manifesto pubblicitario del più grande venditore di aspirapolvere degli ultimi 150 anni. Metterei il viso del povero Stefano, e sotto una scritta: “Quando le istituzioni non rispettano la società, i cittadini muoiono davvero.”

E nel frattempo quella cosa che osa chiamarsi sinistra è intenta a spartirsi una poltrona, e sue seggiole sgangherate da offrire in dono all’UDC.

Rita Pani (APOLIDE che gli tirerebbe un nuraghe tutto intero, alla faccia dell’amore)


1.03.2010

 

Solidarietà ai giudici... antropologicamente diversi

Se volgessimo uno sguardo attento verso Reggio Calabria, potremmo comprendere il paradosso creato da un governo malavitoso. Essendo ottimisti, se quello sguardo lo rivolgesse anche chi col suo voto, ha permesso che dei malavitosi andassero a governare la cosa pubblica, forse un tale dramma non capiterebbe più. Non la bomba, ovvio, ma questa sorta di governo.

Certo è l’immagine che colpisce, il pesante portone divelto, le pareti annerite sulle quali indugiano sapienti telecamere. Il tanto per basta per far comprendere a chi guarda che la mafia esiste. Le immancabili dichiarazioni istituzionali faranno il resto, insinuando l’ipotesi che il buono combatte il cattivo, e di solito alla fine vince sempre.

Il ministro per il razzismo maroni ha organizzato un vertice a Reggio Calabria per il 7 gennaio (prima bisogna che passi la Befana), il Presidente Napolitano ha espresso vicinanza, e solidarietà è arrivata anche dal Presidente della Camera. Il ministro per la giustizia Al Fano si è detto sdegnato. Potrei continuare, ma avrei sempre nella mente il paradosso di questo stato che ha perso ogni credibilità. Se è chiara la matrice mafiosa del gesto, noi cittadini, come potremo credere allo sdegno di Al Fano al quale è stato affidato un dicastero per porre la firma su leggi scritte dagli avvocati di un tizio che di mafia, per lo meno, odora? Non credete che in ogni paese “normale” anche il presidente del consiglio avrebbe espresso solidarietà e vicinanza “ai giudici”? Già in un paese normale, ma l’Italia tutto è tranne che normale, e noi siamo abituati a ben altro tipo di dichiarazioni istituzionali nei riguardi dei giudici, per esempio che essi sono antropologicamente diversi, sovversivi, comunisti al soldo di non si sa chi, i nemici giurati dello Stato per il quale a volte hanno persino dato la vita. Nessuna dichiarazione quindi, ma in compenso sui giornali on line ci sono le foto del tizio che si è rifatto il naso mentre festeggia il compleanno della sua amica filiale eletta in parlamento, e che se si comporterà bene, prima o poi avrà anche un bel ministero.

Ho sentito le parole di Piero Grasso, il Procuratore Nazionale dell’Antimafia: esprimeva sì solidarietà, ma chiedeva uomini e mezzi per non smettere la lotta alla mafia. Ecco, anche questo potrebbe (dovrebbe) dire di più a chi non ha alcuna intenzione di rimpossessarsi del proprio pensiero. Un po’ come quando il governo esulta perché Graviano non parla, sputa in faccia al giudice Ingroia, e poi si vanta dei successi ottenuti. Ma comprendo che questo concetto per taluni possa essere di difficile comprensione.

Attendiamo la sentenza d’appello di dell’utri, magari sarà più semplice spiegare.

Rita Pani (APOLIDE)


1.02.2010

 

Art. 1.1 Costituzione italiana

Hanno fretta, nonostante stiano al caldo, o in vacanza con le scorte pressoché pagate dai contribuenti; devono fare qualcosa, dire una minchiata davanti a un microfono per garantirsi l’esistenza nelle pagine dei giornali. Non hanno aspettato nemmeno l’epifania e hanno afferrato la cima gettata dall’inconcludente discorso presidenziale di fine d’anno. Parola d’ordine riforme.

Hanno bisogno di ricordare che le riforme riguardano tutti i cittadini, e quindi esprimono chiaramente il concetto: più poteri al premier per l’evidente persecuzione giudiziaria di cui è vittima. Il resto sembra il solito festival dell’idiota. L’elezione dello scemo del villaggio.

Io me le figuro queste riunioni degli uffici politici del pdl, quella cosa strana che è bonaiuti, che si alza e chiede a voce alta? “A chi tocca dire la prossima minchiata?”

Dall’altra parte del tavolo si vede saltellare un ciuffo di capelli unto da almeno 25 anni e una manina, mentre un lamento querulo si fa strada tra i presenti: “io, io”. Di solito finisce che lo accontentano, più per levarselo dalle palle, che non perché ritenuto uno capace. “Va bene brunetta, vai! Ma mi raccomando, che sia una vera minchiata.”

Così oggi noi abbiamo potuto leggere che secondo l’eminente demente, sarebbe da riformare anche l’articolo uno della costituzione, il quale recita: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.”

Ora noi tutti sappiamo che in base all’articolo fondante della nostra costituzione le nostre vite potrebbero presto essere riconosciute anticostituzionali dalla corte di Strasburgo, ma ha davvero un senso politico perdere tempo nella discussione? Perché mai non si trova un giornalista cazzuto, che nel momento stesso in cui raccoglie una dichiarazione evidentemente idiota, chiede di rimando: “Signor ministro, per quale motivo ha detto una minchiata di tale spessore?”

Mi rendo conto che colpevolmente sto scrivendo queste annotazioni guidata dal buon senso, e mi dispiace. In fondo credo che questa tendenza ancestrale non mi abbandonerà mai. Potrebbe essere che l’articolo uno della costituzione venga cambiato, per non rischiare di spingere il popolo in una sorta di giacobinismo.

Articolo 1.1 della Costituzione: “L’Italia è una repubblica federale criminale e fascista, fondata sulla schiavitù, sul precariato, sul nepotismo, e sull’arroganza dei potenti.”

Se mi rubano l’idea li cito per plagio.

Rita Pani (APOLIDE più che mai)


 

Una volta tanto TV di servizio


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