12.11.2006

 

FERMENTI RIVOLUZIONARI IN AMERICA LATINA E IN ALTRI CONTINENTI


Premetto che non ho nulla da eccepire sulla sostanza dell'articolo di Gennaro Carotenuto (intitolato "Uno spettro s'aggira per l'America: lo spettro del socialismo del secolo XXI"), in particolare sulla tesi relativa al carattere antiimperialista della "rivoluzione bolivariana" (dal nome del celebre eroe nazionale venezuelano, Simon Bolivar), conseguita e rafforzata con successo dal governo di Hugo Chavez in Venezuela, che attualmente rappresenta il principale punto di riferimento di un movimento populista di sinistra che si sta espandendo in tutta l'America Latina, contagiando altre nazioni, quali l'Argentina, il Brasile, la Colombia, la Bolivia, senza dimenticare ovviamente la vecchia Cuba castrista, che avrebbe ancora qualche prezioso ed utile insegnamento storico da impartire alla sinistra europea ed internazionale.
Tuttavia, mi permetto di segnalare altri avvenimenti ed altri processi storici in atto nel continente latino-americano, e non solo in quel continente.
Penso, ad esempio, al recente successo elettorale del fronte politico sandinista in Nicaragua, guidato da Daniele Ortega, che fu già a suo tempo (nel corso degli anni '80) Presidente della Repubblica socialista del Nicaragua, insidiata ed aggredita per anni da una guerriglia di destra filo-americana condotta dai famigerati Contras, veri e propri mercenari, finanziati e caldeggiati militarmente e politicamente dall'amministrazione yankee capeggiata dall'allora presidente ultra-conservatore ed ultra-liberista, l'ex attore di Hollywood Ronald Reagan. A tale proposito è utile ricordare che la strategia controrivoluzionaria in Nicaragua fu diretta da un noto agente della CIA, tal John Negroponte, già ambasciatore statunitense in Honduras e in Messico, nel 2001 nominato dal presidente Bush quale ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite (!) ed attuale ambasciatore U.S.A. in Iraq. Davvero una bella carriera di "intelligence" diplomatico-eversiva al servizio dell'imperialismo nord-americano. Lo stesso John Negroponte venne coinvolto in un noto scandalo degli anni '80, denominato "Irangate" o "Iran-Contras", da cui emerse chiaramente che i fondi occulti che la Casa Bianca utilizzò per finanziare la guerriglia mercenaria dei Contras furono attinti e ricavati dalla vendita di armi ad uno Stato nemico, l'Iran dell'ayatollah Khomeyni, che figura ai primissimi posti nella lista dei cosiddetti "Stati-canaglia" stilata dagli ambienti neocons che ispirano ed influenzano l'attuale amministrazione Bush. Ebbene, partendo dal Nicaragua sandinista e dalla guerriglia dei Contras, passando per l'Iran, giungendo fino all'odierna guerra in Iraq, sembra affiorare e delinearsi una sorta di filo conduttore o di comune denominatore, una trama politico-eversiva e strategico-imperialistica che rinviene in John Negroponte una vera costante, ossia un personaggio ed un protagonista "nero" ricorrente.
Ma torniamo al Nicaragua. A riguardo vorrei sottolineare soprattutto l'originalità e l'unicità dell'esperienza rivoluzionaria sandinista, in quanto ispirata ed animata dalla "fusione" e da una felice contaminazione ideologico-politica tra la cultura marxista e la prassi politica comunista, da un lato e, dall'altro, la "teologia della liberazione", ossia quell'espressione migliore, più avanzata e radicale del dissenso cattolico che, a partire dal 1968, in seguito al Concilio Vaticano II indetto dal pontefice Giovanni XXIII, si diffuse rapidamente in vari paesi dell'America Latina: si pensi, ad esempio, al Brasile, al Perù, all'Honduras, al succitato Nicaragua, ma anche al Salvador, laddove una cruenta e durissima reazione politico-militare dell'imperialismo statunitense arrestò e soffocò in un bagno di sangue l'insurrezione popolare. Così come era accaduto in Cile, l'11 settembre 1973, quando la reazione imperialista statunitense (ordinata dalla CIA, il vero cervello e la vera guida strategico-politica dell'eversione fascista e della destabilizzazione conservatrice a livello internazionale) si scatenò in tutta la sua terribile virulenza ai danni del popolo cileno e del governo socialista presieduto da Salvador Allende, democraticamente eletto, favorendo in tal modo un golpe militare di destra che instaurò la feroce dittatura del generale Augusto Pinochet, deceduto da poco.
Oggi, a dispetto di quanti sostengono da anni la tesi opposta, sembra che quella "miscela" rivoluzionaria basata sull'incontro-confronto tra una versione libertaria dell'ideologia marxista e un movimento cattolico dissidente di contestazione antiliberista ed anticapitalista, non abbia esaurito i suoi effetti e le sue potenzialità emancipatrici e progressiste, visto il clamoroso risultato politico-elettorale conseguito in Nicaragua dai sandinisti.
Spostandoci in Messico, non è affatto superfluo evidenziare e precisare il carattere storico rivoluzionario in sé, sia sul piano particolare e locale, degli avvenimenti di Oaxaca, sia soprattutto per le implicazioni di natura internazionalista che tali vicende possono comportare e produrre nel quadro dei rapporti di forza politico-ideologici ed economico-militari instaurati a livello planetario dall'apparato bellico-industriale che fa capo al neoimperialismo e al neocolonialismo made in U.S.A. & soci: penso soprattutto al fedelissimo alleato britannico, ma penso anche all'emergente "potenza neocolonialista" di matrice italica, dell'asse governativo Berlus-Prodi, che "a sinistra" si sorregge fondamentalmente sulla "stampella" politica dalemiana e su quella bertinottiana.
Tuttavia, mi piacerebbe che si facesse almeno una volta un accenno, anzi più di un accenno, alla situazione politica nepalese, dove il partito comunista di quel Paese, di ispirazione maoista, ha ormai issato la bandiera del comunismo popolare sulla vetta dell'Everest.
Da anni in Nepal (anche nel continente asiatico si agitano profondi fermenti rivoluzionari) è in atto una vera lotta armata popolare, condotta dalle masse contadine, che ha fatto compiere passi da gigante alla società nepalese, costretta per secoli a sottostare ad un sistema economico-produttivo di natura aristocratico-feudale o semi-feudale, e ad un regime politico di tipo dispotico-assolutistico.
Ebbene, in quel paese la rivoluzione comunista maoista sta provocando effetti di liberazione e di affrancamento materiale e politico-sociale di massa, che erano impensabili fino a pochi anni or sono.
L'emancipazione in corso delle classi popolari e rurali nepalesi è, a mio avviso, uno dei processi e degli avvenimenti storici internazionali più rilevanti e significativi degli ultimi tempi, per cui meriterebbero una maggiore attenzione e considerazione da parte dei mass-media occidentali ed internazionali, e in modo particolare da parte dei siti on-line di controinformazione presenti su Internet.
Come mai non si parla affatto della rivoluzione nepalese, tranne rarissime eccezioni, mentre si esaltano fin troppo altre vicende ed esperienze politiche più o meno rivoluzionarie, quali appunto la "rivoluzione bolivariana" guidata dal governo venezuelano di Hugo Rafael Chavez Frias?
Lucio Garofalo

Comments:
Sorellina, potresti spiegare a Lucio Garofalo che forse, e sottolineo forse, la rivoluzione Bolivariana le armi non le sta' usando? Non metto in dubbio che i ribelli maoisti nepalesi stiano facendo un gran lavoro, ma una rivoluzione armata e' sempre meno digeribile di una disarmata e legittimata dai metodi tanto cari all'occienete (libere elezioni) salvo poi cercare di taorccare i risultati a proprio vantaggio.
 
Salve.
Sono in minima parte d'accordo con te, ma ti faccio presente alcune cose.
Se leggi bene il mio articolo avrai modo di notare che lo spazio maggiore è stato dedicato alla vittoria elettorale dei sandinisti in Nicaragua, proprio a sottolineare quello che tu dici. Nel contempo, sono consapevole che i metodi cosiddetti "democratici" non siano applicabili sempre ed ovunque, specie in un contesto storico di notevole arretratezza economico-sociale, politica e culturale e di vero e proprio dispotismo assolutistico, come in Nepal. Non è un caso che io abbia riservato lo spazio finale del mio intervento alla rivoluzione maoista in Nepal, mentre ho voluto evidenziare altri cambiamenti "rivoluzionari" in atto in America Latina, a prescindere dai metodi di lotta, che vanno sempre relativizzati e giudicati sul piano del contesto storico particolare e specifico, che muta da un continente all'altro, da un paese all'altro, da uno Stato all'altro, da una nazione all'altra, e persino da una regione locale ad un'altra.
 
Per prima cosa mi scuso, credevo che Rita avesse copiato il tuo articolo sul blog per dargli maggiore visibilita', e per questo non mi sono rivolto a te direttamente.
Dopo le doverose scuse veniamo ail merito della questione. La vittoria di Ortega, mi spiace dirlo, non e' la vittoria dei Sandinisti. A parte gli accordi presi da Manuel Ortega con esponenti di altri schieramenti, non esattamente tutti "progressisti", ma ormai il movimento sandinista non esiste praticamente piu'. Compararlo alla Revolucion Bolivariana di Hugo Chavez Friar, oppure al terremoto politico/sociale dell'elezione di Evo Morales, non da un reale senso delle proporzioni. La vittoria di certi candidati (quando permettono loro di vinccere senza imbrogliare, come e' successo a AMLO in Mexico, sebbene il citato Lopez Obrador non sia neppure lui poi troppo lontano dalla politica filo-usa che ha sempre caratterizzato i governi di quel paese degli utlimi decenni, tanto che lo stesso EZLN, per bocca del Sup, non lo abbia appogiato ne riconosciuto) "alternativi" a quanto preferito dai poteri forti di Washington (e quindi dalle lobbies di potere economico che ne tirano i fili) sono semplicemnte dovuti al fatto che una maggioranza di autoctoni cercano se non possono trovare un reale candidato, quello che sembra essere (sottolineo sembra) il meno peggio tra i vari candidati. Certo un Chavez o un Morales non li trovi tutti i giorni (e troppo spesso ci si deve accontentare di un Lula o di un Kirchner) ma, ribadisco, non mescoliamo tutto nello stesso calderone, per favore.
Il mio appunto era comunque legato non al fatto che fosse meno giusta la rivoluzione Maoista del Nepal rispetto a quella pacifica del venezuela o della Bolivia, ma piuttosto al fatto che forse, per una volta, non parlarne da paarte dei media puo' essere un vantaggio per la causa della lotta ad un mondo piu' giusto ed equo. Perche' presentare una lotta armata come un movimento terroristico e' gioco facile per i media (anche se ormai, con l'indifferenza che ci permea a causa dei media stessi che strillano notizie per giorni salvo poi lasciarle cadere nel'oblio appena hanno un nuovo piu' succulento boccone da addentare); basta vedere come cerchino, anche su stampa che dovrebbe storicamente essere dalla parte del popolo, come un dittatore populista il presidente Venezuelano (che continua a vincere da anni ormai, elezioni e referendum confermativi (che lui, solo tra tutti i politici del mondo, ha avuto il coraggio di far introdurre nella nuova costituzione) con una percentuale addirittura in crescita nonostante i tentativi di broglio. Voglio ricordare che dopo il fallito golpe a suo danno (fallito perche' il popolo e' sceso in piazza dalla sua parte) non ha asolutamente perseguito i responsabili, nonostante ne avesse legalmente il diritto (strano tipo di dittatore questo).
 
Caro joker ltd., condivido tutto, o quasi, del tuo commento.
In fondo, credo che tra le nostre rispettive posizioni ci siano molti più momenti di convergenza di quanto tu stesso immagini.

E' innegabile che i Sandinisti di oggi non siano più quelli di ieri, ovvero quelli del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale che prese il potere nel lontano 1979, rovesciando il regime dittatoriale del generale Somoza, ormai al collasso. Gli stessi Sandinisti che vinsero le elezioni politiche del 4 novembre 1984, contestate dal governo degli Stati Uniti (presieduto dall'ultraliberista ed ultraconservatore, l'"attore pazzo" Ronald Reagan, il vero antesignano della politica dei due esponenti della famiglia Bush, padre e figlio, succedutisi alla guida della White House) che intanto foraggiavano ed armavano le truppe mercenarie dei Contras, attingendo a fondi occulti ricavati dalla vendita di armamenti al "nemico (a chiacchiere) iraniano. Gli stessi Sandinisti che persero le elezioni presidenziali del 25 febbraio 1990, quando si impose l'ex sandinista Violeta Chamorro. Parimenti, il signor Daniel Ortega non è più quello d'un tempo, ovvero il "temibile" capo guerrigliero del 1979, ma è un "distinto" e "pacifico" politico di stampo "democratico" che ha vinto le elezioni presidenziali del 5 novembre scorso, anche grazie all'appoggio di soggetti politici non propriamente di sinistra, per cui questa non è esattamente una vittoria dei Sandinisti. Su tale punto non ci piove affatto, non ho nulla da obiettare, e sinceramente non mi interessa nemmeno farlo.
Invece, quanto detto finora, conferma che, per uniformarsi ed appiattirsi troppo sulle pratiche e sui metodi della cosiddetta "democrazia occidentale", si rischia di "democratizzarsi" oltremisura, di rammollirsi e di omologarsi, di integrarsi e di imborghesirsi eccessivamente (adopero delle categorie socio-politiche di segno occidentale solo per essere immediatamente comprensibile). Prova ne sono Daniel Ortega e i Sandinisti, i quali non rappresentano più una "minaccia" diretta e rivoluzionaria per l'imperialismo U.S.A., com'era il Nicaragua del 1979: un fulgido esempio di antagonismo antimperialista ed anticapitalista. Altro che l'Iran di ieri e di oggi, che organizza una conferenza internazionale sul "negazionismo" storico (deprecabile filone storiografico che afferma la tesi della negazione dell'Olocausto nazista), con l'inevitabile conseguenza di alimentare e giustificare l'abietta logica e l'infame ideologia dell'antisemitismo, che in realtà è perfettamente funzionale e strumentale alla politica di aggressività, di espansionismo e di imperialismo sionista dello Stato israeliano verso i popoli e gli Stati confinanti. Altro che la Libia di Gheddafi degli anni '80 (ricordate?) che finanziava e caldeggiava i gruppi armati palestinesi ostili alla leadership di Arafat, e che venne attaccata e bombardata dall'aviazione nordamericana (ricordo i terribili bombardamenti aerei sulle città di Tripoli e Bengasi). E via dicendo.

Sulla "rivoluzione bolivariana", sul suo carattere antagonista all'imperialismo statunitense, non ho nulla da obiettare, così come non ho nulla da eccepire sul crescente e dilagante successo politico-elettorale riscosso dal governo venezuelano di Hugo Chavez. Ma proprio questo dato plebiscitario attesta la natura propriamente populista, di sinistra, e non esattamente marxista, del processo rivoluzionario guidato da Chavez.

Altro tema: la rivoluzione maoista nepalese. A riguardo vorrei puntualizzare che il "rimprovero contenuto nella parte finale del mio articolo, non era rivolto tanto ai mass-media occidentali (che è meglio se non ne parlino, altrimenti ne parlerebbero in termini sprezzanti e riduttivi, o deformanti, per infangare, distorcere ed umiliare la verità, per screditare una gloriosa lotta armata di popolo, condotta dalle masse contadine nepalesi, accostandola ad un'ipotetico complotto ordito da un'accozzaglia di "feroci terroristi" armati e finanziati, magari, dalla Cina!), quanto soprattutto ai mezzi di libera informazione e controinformazione presenti sul web, che hanno riservato pochissimo spazio ad un evento storico rivoluzionario di portata universale. Infatti, la rivoluzione nepalese rischia di rappresentare un'epico e prezioso esempio per tutti quei popoli (non soltanto del continente asiatico, ma del mondo intero) in lotta contro l'arretratezza economico-sociale, contro il dispotismo e l'assolutismo politico, contro la guerra e l'ingerenza imperialista, ovunque queste si manifestino apertamente.
 
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