11.05.2006

 

Sadda’m piccà.



Un giorno che passerà alla storia. E’ stata posta la pietra miliare della democrazia in Iraq. Con frasi come queste, traboccanti di retorica idiota, oggi si è conclusa la farsa del processo a Saddam Hussein, condannato a morte per impiccagione.
Sono contraria alla pena di morte, ma onestamente ammetto che di certo, Saddam Hussein, non genera in me alcun moto pietoso, semmai dinnanzi a questa palese farsa ho provato da sempre quel forte prurito che solitamente mi generano l’incoerenza, la mancanza di giustizia e l’arroganza occidentale.
Trovo un’offesa il modo acritico col quale ormai la maggior parte della stampa nazionale, tende a riportare la cronaca di questo genere di accadimenti, limitandosi ad un riepilogo generale delle dichiarazioni false e propagandistiche, cadendo nel ridicolo quando si lascia che gli Stati Uniti d’america rivendichino il merito di aver colpito “un dittatore che negava i diritti civili”, “un dittatore colpevole di aver procurato la morte di 164 persone”, “di averne torturate delle altre”.
Ritengo che uno stato che disconosce l’articolo 3 della Convenzione di Ginevra, uno stato che legalizza la tortura, uno stato che con l’instaurazione del Patriot Act annulla di fatto i diritti civili alla popolazione, non abbia alcun diritto di giudicarne un altro.
Sono stati più di 650.000 i morti in Iraq, non si conoscono le cifre dei prigionieri iracheni deportati e torturati dagli americani, ma quello che si conosce è che gli americani non possono essere processati da organismi internazionali per crimini di guerra.
Quello che si sa è che dopo la censura alla libera stampa in zone di guerra, non ci sono state più stragi di civili perpetrate per errore o “effetto collaterale” contro la popolazione inerme, ma bensì carneficine di “terroristi” per lo più appartenenti ad al Qaida. Una persino ieri, o ieri l’altro, che i giornali liquidavano in poche righe: “Uccisi 56 appartenenti ad una cellula di al Qaida nel villaggio di…” Al mondo non importa nulla se ad essere ucciso è un terrorista ed è per questo che da un po’ di tempo a questa parte chi muore è di fatto un terrorista, magari di cinque anni, ma comunque un terrorista.
Saddam Hussein verrà impiccato anche per aver usato armi chimiche e non convenzionali. Si dice che gli americani, nel tentativo di ridare una democrazia all’Iraq abbiano usato la MOAB, la madre di tutte le bombe, oltre che aver sbiancato qualche centinaia di persone con le bombe al fosforo e disseminato residui radioattivi che renderanno il popolo iracheno un po’ più libero di morire di svariati tipi di cancro e malattie fino ad oggi sconosciute.
Un governo fantoccio, ha istituito un tribunale di burattini, che oggi ha recitato l’ultimo atto di uno spettacolo patetico, un film western senza indiani e senza cavalli, con molto sangue e molte pistole, con una trama scontata che riserverà la sorpresa solo al più ottuso degli spettatori che ancora vogliono subire.
I buoni si dimostreranno così buoni che più buoni non si può. La corda al collo di Saddam verrà stretta ancora solo per qualche giorno, mentre le televisioni di tutto il mondo indugeranno sull’uomo che nuota con le “bracciate possenti” accanto ai figli prima di essere anche loro trucidati, sminuzzati, ricuciti, imbellettati per poi essere esposti come trofei. La corda premerà il collo dell’ex dittatore fino alle elezioni di medio termine e dopo verrà spezzata dalla politica internazionale che non è pronta per combattere contro la parte sana della società. Sana non tanto perché civile ma quanto perché non imbecille.
Se invece Saddam Hussein dovrà essere impiccato, facendo un conto rapido e mentale, bush dovrà essere ucciso e rianimato per essere ancora ucciso e rianimato per un numero considerevole di volte, consecutivamente, e se al primo non è stato dato il modo di scegliere come morire, noi che democratici e giusti lo siamo davvero senza nemmeno l’intervento americano, lasciamo che il secondo possa scegliere pure come morire, rinascere, morire, rinascere, morire per tutte le volte che saranno necessarie ad espiare le sue colpe.

Rita Pani (APOLIDE)


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